Expert Insights: Giulio Iacchetti

Designer and founder of Giulio Iacchetti Studio and Internoitaliano

Industrial designer dal 1992, Giulio Iacchetti progetta per diversi marchi celebri, tra cui Alessi, Artemide, Danese, Fontana Arte, Foscarini, Magis, Moleskine e Pandora design. Tra i suoi caratteri distintivi ci sono la ricerca e la definizione di nuove tipologie oggettuali come il Moscardino, posata multiuso biodegradabile, disegnata con Matteo Ragni per Pandora design e premiata nel 2001 con il Compasso d’Oro. Da sempre attento all’evoluzione del rapporto tra realtà artigiana e design, nel novembre 2012 lancia Internoitaliano, la “fabbrica diffusa” fatta di tanti laboratori artigiani con i quali firma e produce arredi e complementi ispirati al fare e al modo di abitare italiani. Nel 2014 vince il suo secondo Compasso d’Oro per la serie di tombini Sfera, disegnata con Matteo Ragni per Montini.

Quando e perché ha scelto la strada di Industrial Designer e non di architetto?

Prima di tutto non sono architetto, o perlomeno non lo sono mai diventato, e nemmeno mi si è mai posta una scelta. In realtà ho scoperto, dopo aver fatto una parte del mio corso di studi in architettura, una scuola locale di formazione in industrial design, e ho capito che quella era la strada giusta per me da sempre, solo che non lo sapevo. È stata una felice scoperta, se penso a quando a casa realizzavo i pezzi con le mie mani, risolvendo la necessità di oggetti semplicemente realizzandoli.

Che cosa può insegnare il suo percorso, in parte da autodidatta, a un giovane che si avvicina alla professione?

Il mio percorso insegna che ognuno deve scegliersi la propria strada: non c’è un modello, uno standard da seguire, non c’è un format predefinito. Secondo me la vita può essere descritta come un grande progetto, un progetto che sia nostro, personale, tailor-made, di cui noi siamo i sarti, e non dobbiamo aspettarci di vivere in situazioni prêt-à-porter. Quando scopri questo incanto c’è una sorpresa incredibile, perché capisci che il progetto può venire solo da te e da nessun altro: esso comporta sì grande responsabilità e impegno, ma anche una grandissima soddisfazione.

Secondo lei cosa possono offrire le scuole di design per preparare meglio i giovani designer al mercato del lavoro?

Recentemente ho sentito una metafora molto affascinante sulla scuola, che la descrive come una grande concessionaria di scarpe da ginnastica: ti da la possibilità di affittare le scarpe migliori per metterti in condizioni di vincere la corsa. Quello che non dobbiamo dimenticare è che al mondo esistono persone che hanno vinto un gran numero di gare a piedi nudi; questo non vuol dire che avere un buon paio di scarpe non sia una buona cosa.

Nel suo lavoro, come si conciliano creatività, progettualità e imprenditorialità?

Nella mia esperienza, un designer si prepara ad affrontare con spirito di progettualità tutte le cose che gli capitano; ormai il nostro lavoro è diventato un coacervo di attività e azioni, dal progetto di allestimenti o oggetti, magari anche di un capo di abbigliamento, alla stesura di un testo, fino all’insegnamento, mentre si segue un artigiano nello sviluppo di una collezione, affrontando materiali e mondi diversi. Nello stesso modo un designer affronta l’imprenditorialità, con un approccio progettuale.

Quanto è importante per lei il connubio tra realtà artigianale, design e digitale? Com’è nata l’idea di interno italiano? Come sta evolvendo questo progetto?

Il connubio è nato molto naturalmente, nel senso che stare vicino a un artigiano ti porta a ottenere immediatamente quello che ti sei immaginato, quello che hai disegnato, con qualcosa in più: l’artigiano apporterà dei cambiamenti, delle modifiche rispetto al progetto, quasi sempre delle migliorie a ciò che tu hai pensato. Si sviluppa un rapporto paritetico, migliorativo, di compromesso verso l’alto. Non è come il lavoro di uno scultore o di un artista, che pensa, modella, realizza la sua opera senza alcuna interferenza. Per noi le interferenze sono sempre molto interessanti.

Interno Italiano è nato proprio in conseguenza di questa mia attenzione verso l’artigianalità, in un momento in cui la qualità artigiana italiana, legata prevalentemente all’attività manuale, sembrava rappresentasse una zavorra per lo sviluppo del paese. Io la penso esattamente al contrario: con questo piccolo progetto ho voluto dimostrare che dal rapporto con gli artigiani possono nascere progetti importanti, e ricordare che questa collaborazione con i designer esiste da sempre. Anche grandi nomi, come Sottsass ad esempio, hanno trovato nel rapporto con l’artigianato una modalità per esprimersi al meglio. Questo per dire che il lavoro degli artigiani rappresenta un grande valore per l’Italia, e che mai e poi mai dovrebbe essere dimenticato o limitato nella sua azione.

Il mondo digitale per me può riguardare le modalità per svolgere più velocemente e in modo più efficace il lavoro, non è mai il fine.

 Che caratteristiche cerca nei collaboratori del suo studio? Quale potrebbe essere il profilo di un candidato ideale?

Cerco sempre persone da cui posso imparare qualcosa, e lo dico senza falsa modestia. Partecipare alla vita del mio studio significa contribuire con le proprie qualità e le proprie predisposizioni. Non esiste un rapporto minoritario o strettamente da dipendente. Sebbene io sia il boss, sono molto interessato alle persone capaci di contrastarmi con intelligenza, che sanno esprimere esattamente quello che sono, persone diverse da me e non semplici cloni.

Salone Del Mobile e Fuorisalone: quanto è importante per un designer prendervi parte?

Per me è fondamentale perché si tratta di un grande evento unico al mondo, in cui si compie una sorta di celebrazione del design in tutte le sue forme, in tutte le sue modalità espressive. Mancare a questo appuntamento equivale a sottrarsi a qualcosa di speciale, che ti mette in rapporto con la qualità, con i migliori progetti al mondo, che si concentrano tutti a Milano in una settimana, quindi è anche una comodità per chi vive e lavora in questa città. Ovvio che si può fare il designer anche senza vivere a Milano, ma non partecipare è sottrarsi – come dicevo – a un momento di comunione importante.

Cosa significa oggi vincere un Compasso d’Oro? Cosa consiglia ai giovani designer per raggiungere un traguardo de genere?

I Compassi d’Oro ottenuti finora li abbiamo vinti “per caso”; come spesso accade, la vita ti sorprende! Posso dire che abbiamo avuto qualche buona intuizione, che c’è stata l’idea di andare a toccare mondi anche abbastanza lontani dal nostro, come una posata biodegradabile o dei tombini. Vincere il Compasso d’Oro non è un’azione premeditata, capita e basta, è difficile porselo come obiettivo. Sicuramente occorre fare bene il proprio lavoro, in maniera autentica e genuina, traendone soddisfazione. Il vero Compasso d’Oro è quello che ricevi tutti i giorni quando ti capita di lavorare a un progetto nuovo e stimolante, che ti rappresenta completamente. È ovvio che sia gratificante, però ho ricevuto la stessa emozione anche ieri, mentre osservavo per la prima volta un mandolino progettato da me, nelle mani di un liutaio… mi sono commosso! È questo il vero momento epifanico: il momento in cui vedi che l’idea che hai avuto, che è stata carta, è passata su un monitor di computer, che è stata un piccolo modello, ora è realizzata. E la sentirò suonare sabato.

 

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