Expert Insights: Matteo Cibic

Designer and founder Matteo Cibic Studio

Matteo Cibic è una società creativa con sede a Milano e Vicenza in Italia. Negli ultimi 10 anni, Matteo Cibic e il suo team hanno sviluppato prodotti e idee creative per le aziende internazionali, collezionisti privati e istituzioni culturali.

 

Quando e come hai capito che il design era la strada giusta per te?

L’ho capito a 14 anni, quando sono andato a trascorrere l’estate a Milano, nello studio di mio zio, che era peraltro di fianco a un’agenzia di modelle. E pensare che da piccolo volevo fare il Papa, ero un fervente chierichetto con una carriera da sacerdote davanti a me e l’ambizione di voler diventare Papa. Fortunatamente i miei hanno deciso di mandarmi dallo zio e lì ho capito una vita da designer sarebbe stata meglio di una vita da Papa.

Il tuo lavoro si contraddistingue per il grande eclettismo: quali sono le tue più forti fonti di ispirazione?

Il mondo dell’Arts & Crafts è da sempre una forte fonte di ispirazione, ma anche la storia, le leggende, oggetti e spazi mitologici, objets trouvés. Da tutto questo posso trarre una narrativa, uno storytelling, una grammatica di stile e di segno che poi metto in ciò che progetto.

Quali sono le 3 cose più importanti che hai imparato lavorando nello studio di tuo zio?

  1. Fare finta di non sapere usare autocad
  2. Instaurare una relazione di empatia con gli artigiani o con le aziende, ma in particolare con chi “fisicamente” produce i tuoi pezzi.
  3. Investire sempre in un progetto di ricerca

Ti senti più designer o artista? Qual è la differenza secondo te?

Nessuno dei due, non ci vedo alcuna differenza. Ormai anche gli artisti devono saper rispondere alle esigenze del mercato.

Cosa significa per te “straordinario”?

Straordinario è qualcosa di vicino alla magnificenza, allo stupore.

Lo straordinario visto due o tre volte deve rimanere straordinario, altrimenti è una piccola

Qual è il tuo rapporto con la moda? Come è nata ad esempio l’idea di fondare il marchio 10A?

Mi sono avvicinato alla moda grazie a Daria Dazzan. Con lei ho potuto dar forma all’idea di un marchio d’abbigliamento – 10A – che producesse un unico prodotto, un pantalone con bretelle,   estremamente funzionale e iconico rispetto a un mondo della moda che cambia così velocemente. Questo marchio ha saputo rispondere al desiderio di applicare alla moda la progettualità legata al mondo del design del prodotto e alla volontà di far rinascere una serie di storiche manifatture venete, creando per loro un nuovo modello di sviluppo: la produzione di un capo iconico di nicchia che non avrebbe interessato la copia da parte dei grandi marchi.

Ho capito che la moda è una forma d’arte, per lo meno in Belgio, dove la moda nasce dall’art&crafts, a differenza dell’Italia, dove essa fa parte del disegno industriale.

Qual è il tuo rapporto con i social media? Quanto ritieni siano utili per un designer?

Purtroppo oggi molte aziende guardano prima ai follower su Instagram che al portfolio di un designer, è un po’ deprimente. Io utilizzo i social media solo come una “newsletter” professionale, pubblicandovi i miei lavori per tenere aggiornati i collezionisti o chiunque sia interessato.

Cerco di passare il minor tempo possibile sui social, non interagisco con gli altri utenti e non cerco l’ispirazione in rete, perché essendo questa la principale fonte di input formali e progettuali di quasi tutti i designer del mondo, alla fine i risultati risultano molto simili ovunque. Non a caso designer italiani, australiani o sudamericani disegnano cose con caratteristiche molto affini, nonostante vivano in ambienti completamente diversi.

Cosa devono fare secondo te i giovani studenti di design oggi per distinguersi e farsi notare dal mercato?

Devono avere una cultura approfondita, sviluppare interessi verso tutti i mondi affini a quello dell’arte, trovare degli spunti di riflessione in ambiti che possano raccordarsi o intercettare la loro professione – dallo studio dell’arte contemporanea alle tecniche di intreccio tessile, al funzionamento di determinati macchinari – ma soprattutto devono costruirsi una cultura molto ampia, musicale, letteraria, visiva, una cultura trans-mediale, una cultura non superficiale.

Che ruolo hanno o possono avere i concorsi nella carriera di un designer?

Conosco pochi designer che abbiano dato una svolta alla propria carriera grazie ad un concorso. Sono senz’altro ottimi incentivi a progettare, un buon modo per auto-commissionarsi dei progetti e fare un po’ di esperienza. Servono più che altro a fare portfolio.

Nel mondo del design ci sono 2-3 premi assegnati alla carriera o a progetti particolari… e quelli sì che possono fare la differenza.

 

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