Jaipur Rugs: quando il design diventa esperienza condivisa
Jaipur Rugs: quando il design diventa esperienza condivisa
Durante la Milano Design Week 2026, gli studenti del Master in Communication Design di Istituto Marangoni Milano Design hanno dato vita, in collaborazione con Jaipur Rugs, a un progetto che ha ridefinito il ruolo del design nello spazio pubblico.

In una storica bocciofila di Porta Venezia, i tappeti artigianali sono usciti dalla dimensione espositiva per entrare in quella dell’esperienza. Non più oggetti da osservare, ma superfici da abitare, attraversare, usare.
A raccontarlo sono Filippo Rampone e Stefano Rivera, protagonisti del progetto.

“Non volevamo un’installazione”
Fin dall’inizio, il loro approccio è stato radicale: evitare qualsiasi logica scenografica.
“Abbiamo cercato di non costruire un allestimento. Volevamo che i tappeti diventassero strumenti da vivere, non elementi da guardare.”
La scelta della bocciofila non è stata solo una questione di contesto, ma di significato. Inserire i tappeti in uno spazio già attivo, fatto di relazioni e rituali quotidiani, ha permesso di attivarli attraverso l’uso.
Nel momento in cui sono entrati nel gioco, i tappeti hanno smesso di essere oggetti estetici per diventare parte di un ritmo collettivo.
Un dialogo culturale costruito per sottrazione
Il progetto metteva in relazione due universi complessi: la tradizione italiana del gioco delle bocce e quella artigianale indiana di Jaipur Rugs. Il rischio di semplificazione era evidente.
“Non abbiamo mai cercato un dialogo esplicito tra le due culture. Sarebbe stato il modo più veloce per banalizzarle.”
La loro risposta è stata lavorare per analogie silenziose: il gesto ripetuto del gioco, la precisione, il tempo lungo della pratica. Elementi che appartengono tanto al campo da bocce quanto alla lavorazione dei tappeti.
Più che un incontro dichiarato, è emersa una sensibilità condivisa, lasciata libera di manifestarsi senza costruzioni forzate.

La realtà come variabile progettuale
Il passaggio più complesso è arrivato nel momento in cui il progetto ha incontrato lo spazio reale.
“Sulla carta tutto funziona. Poi entri in un luogo vivo e capisci che non puoi controllare nulla.”
La bocciofila, con le sue abitudini e i suoi frequentatori, non era uno spazio neutro. Inserirsi senza alterarne l’equilibrio ha richiesto un cambio di prospettiva: non imporre il progetto, ma negoziarlo.
È in questa tensione che il design ha trovato la sua forma più autentica.
Quando il pubblico completa il progetto
Fin dall’inizio, il pubblico è stato pensato come parte attiva. E nella realtà ha superato le aspettative.
Le persone si sono fermate, attratte da una frizione visiva insolita. Poi hanno osservato, fatto domande, iniziato a giocare.
“Abbiamo lasciato spazio all’imprevisto. Il progetto cambiava in base a chi entrava.”
In quel momento, l’installazione ha smesso di essere tale. È diventata un dispositivo aperto, capace di generare relazioni e adattarsi continuamente.

Un processo formativo reale
Determinante è stato il supporto di Sergio Nava e Paola Rolli, che hanno accompagnato gli studenti lungo tutto il percorso.
“Non era una simulazione. Era un progetto reale, con tutte le sue complessità.”
Dal rapporto con il brand alla gestione dello spazio e delle persone, gli studenti si sono confrontati con dinamiche professionali concrete, in un contesto guidato ma aperto alla sperimentazione.
Oltre l’evento
Il progetto si è concluso con un torneo di bocce che ha messo in relazione studenti e giocatori veterani, trasformando l’attivazione in un momento di incontro tra generazioni.
Un gesto semplice, ma profondamente coerente con l’intero percorso.
Newsroom