L’AI come materia creativa: il nuovo linguaggio del fashion styling
L’AI come materia creativa: il nuovo linguaggio del fashion styling
L’intelligenza artificiale ha smesso di essere un tema “tecnico” per diventare una vera materia creativa. Nel mondo del fashion styling e dell’illustrazione, non è più solo un tool facilitatore: è un territorio da esplorare. Che tuttavia non sostituisce mai il pensiero progettuale.
Ne abbiamo parlato con Simona Murialdo Sànchez, illustratrice professionista, art director ed artista NFT e Senior Lecturer in Istituto Marangoni Milano nell'area Fashion Communication & Image.
Da strumento tecnico a narrazione visiva
«Per me l’AI è trasversale: non è solo un punto di partenza o uno strumento di rifinitura, ma un’infrastruttura che attraversa tutto il processo. La uso per pre-visualizzare, testare direzioni estetiche e costruire narrazioni visive rapidamente. In styling e illustrazione mi permette di passare dall’intuizione alla simulazione senza frizione, anticipando decisioni che prima arrivavano molto più tardi », spiega Simona Murialdo Sànchez.
Un’infrastruttura, appunto: invisibile ma determinante. Dalla pre-visualizzazione alla costruzione di intere narrazioni visive, tutto può essere accelerato, testato, ribaltato in tempo reale. L’intuizione non resta più sospesa: prende forma immediatamente. Ma senza una direzione, resta vuota.«L’AI amplifica e moltiplica i risultati, ma non sostituisce il pensiero progettuale né determina il gusto», aggiunge l’artista.
In questo nuovo scenario, cambia anche il concetto stesso di “strumento”. Non esiste più un unico software da padroneggiare, ma un ecosistema da modellare su misura. Midjourney, Google Gemini e Kling vanno utilizzati in modo fluido e combinato. «Midjourney è centrale per costruire l’immagine e il linguaggio visivo, Gemini è fondamentale quando si lavora su prodotti già esistenti, mentre Kling o Veo entrano in gioco per il motion e il refining». Ma il vero shift è un altro:«Non si tratta più di adattarsi a un tool, ma di creare un sistema che rispecchi il proprio modo di pensare».
Evitare l’omologazione
Il rischio più insidioso è quello dell’omologazione. In un flusso continuo di immagini generate, distinguersi diventa una scelta consapevole, quasi un atto di resistenza.«L’estetica standardizzata emerge quando manca una direzione chiara. Per evitarla è fondamentale costruire una base solida fatta di riferimenti visivi e di una consapevolezza semiotica e culturale dell’immagine, insieme a un sistema di segnali come: materiali, luce, postura, casting. L’AI tende naturalmente alla media: il ruolo del creativo è proprio quello di scartarsi da quella media, attraverso scelte intenzionali e il controllo del processo».
Il nuovo ruolo del Fashion Stylist
Anche il ruolo del fashion stylist, inevitabilmente, sta cambiando pelle. «Diventerà sempre più un direttore di sistemi visivi, capace di muoversi tra immagini, piattaforme e identità con una logica quasi registica». Il valore si sposta a monte: richiede visione e capacità di guidare processi complessi.
E la componente reale? Sparirà davvero, sommersa dal digitale? La risposta dell’esperta è meno drastica di quanto si pensi. «Vedremo sempre più shooting completamente digitali, è già così. Ma la componente reale non scomparirà: diventerà più rara, più intenzionale. Il futuro è ibrido, reale e sintetico coesistono, e il ruolo del creativo sarà decidere quando e perché utilizzare uno o l’altro».
Per un giovane creativo, il messaggio è chiaro: non basta saper usare gli strumenti, è fondamentale saperli orchestrare. «Quando si acquisisce sicurezza, si riesce a comunicare meglio, prendere decisioni più rapide e lavorare in modo indipendente. Le competenze digitali aprono possibilità che spesso non si immaginano nemmeno, ma vanno guidate da senso critico, bagaglio culturale e una chiara direzione creativa».
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