Progettare il futuro: quando fashion design diventa digitale
Progettare il futuro: quando fashion design diventa digitale
Visione e creatività restano fondamentali. Ma, oggi, l’industria della moda chiede al designer nuove competenze: una solida dimestichezza con la progettazione digitale e con le piattaforme di modellistica 3D, ormai centrali nei processi di sviluppodelle collezioni. Strumenti come Clo3D (che Istituto Marangoni è stato tra i primi ad insegnare), consentono di realizzare capi tridimensionali, testarne vestibilità, peso, caduta e movimento prima ancora di produrre un prototipo fisico. Un approccio che ottimizza tempi, riduce gli sprechi e apre la strada a una progettazione più sostenibile e consapevole.
Irene Festa, Fashion Design Programme Leader e autrice di Moda Illustrata, spiega in questa intervista perché oggi padroneggiare la modellistica digitale non è un’alternativa al talento creativo, ma uno strumento per valorizzarlo e restare competitivi.
Come vede il ruolo dell’intelligenza artificiale nel futuro del fashion design? Sta cambiando il processo creativo o lo sta solo integrando?
Oggi il design non è più una sfida di pura esecuzione, ma la capacità di “hackerare” i flussi di lavoro tradizionali per rimettere l’idea al centro di tutto. Non è necessario reimparare cos’è il design, ma di far evolvere il modo in cui prende forma. Il nostro obiettivo è colmare il divario tra competenze consolidate e nuovo panorama digitale.
Quali strumenti di AI ritiene più rivoluzionari ed efficaci per la progettazione e la modellazione di collezioni?
L’errore più comune è pensare che l’AI sia un “bottone magico”. Molti restano delusi perché si aspettano che lo strumento abbia gusto. In realtà, l’AI è un potente amplificatore: se non hai basi solide su proporzioni, materiali e storia della moda, l’output sarà vuoto. La vera sfida è riuscire ad essere un designer ancora più preparato per guidare la macchina verso un risultato professionale, evitando l’estetica generica. Sicuramente oggi la funzione che permette di risparmiare più tempo è quella del rendering velocissimo di un disegno tecnico in diversi tessuti e colori.
Quali sono i principali software di intelligenza artificiale utilizzati oggi in aula? in che modo vengono impiegati nei diversi momenti del lavoro progettuale?
Usiamo principalmente la suite Adobe che ha integrato sia Firefly (proprietario) che Nanobanana di Google. Questi AI software permettono di ottenere risultati mirati ed estremamente professionali. Firefly viene utilizzato per caricare un disegno tecnico piatto e visualizzarlo in diverse versioni. Per esempio, possiamo vedere immediatamente se un modello di giacca ci piace più in denim blu o in velluto a coste rosso, ottenendo risultati molto verosimili. Tuttavia i software cambiano costantemente: stiamo lavorando ora con The Fabricant per integrare il loro tool specializzato in AI Fashion.
Ci spiega quali sono le loro applicazioni in termini pratici?
Nanobanana funziona bene nella generazione di immagini e moodboard da zero, utilizzando prompt più articolati e descrittivi. Midjourney è lo standard per i photoshoot creativi partendo da immagini statiche stile e-commerce. Faccio un esempio: ho un’immagine molto basica di modella che guarda in camera con luce “diffusa” e ottengo una modella diversa in posa da photo shoot che può essere pubblicato su vogue, con sfondo diverso, luci, studio della composizione. The Fabricant eccelle nella fedeltà ai dettagli moda, assicurando la corretta posizione di bottoni, tasche e altri elementi costruttivi. Con questi strumenti creiamo modelli virtuali e otteniamo immagini fedelissime e perfettamente realistiche destinate alle piattaforme di e-commerce.
L’AI si rivela utile anche in task come la creazione di parti mancanti o per indivduare i nuovi trends?
Supponiamo di partire da una referenza ottenuta da una fotografia di carta da parati: il pattern risulta incompleto e non è direttamente utilizzabile in ripetizione, poiché genera discontinuità. Look AI, un’altra piattaforma per il design che noi impieghiamo, interviene ricostruendo le porzioni mancanti (ad esempio elementi floreali o fogliari) e produce una piastrella perfettamente seamless, idonea alla ripetizione modulare. E, proprio per prevedere in che direzione si muove la moda, abbiamo anche aperto una collaborazione con Heuitech e Luxury Insight per l’AI-Driven trend forecasting in fashion, luxury and beauty. Ma esplorare quasi settimanalmente diverse nuove AI platform legate all’immagine, sia fissa che in movimento.
In che modo l’AI può aiutare i designer a esplorare materiali e texture in modi che prima erano impossibili?
Siamo passati da un’esecuzione lineare a un’esplorazione multidirezionale. Se prima un designer impiegava giorni per un singolo render ad alta fedeltà, oggi può visualizzare dieci varianti in pochi minuti. Questo non sostituisce il talento, lo eleva: il designer diventa il Creative Director del proprio lavoro. Il focus si è spostato dallo sforzo manuale del « farlo sembrare vero » alla sfida intellettuale del « renderlo significativo ».
Come si lavora concretamente in aula? Come può un designer bilanciare la creatività con le proposte generate dall’AI?
Nel triennio (corso di laurea triennale in Fashion Design & Accessories) ci focalizziamo ancora molto sulle tecniche classiche che ci permettono di dare delle solide basi di disegno a mano e rendering con markers e matite. Durante il terzo anno e soprattutto a livello master invece aiutiamo gli studenti a sperimentare con l’AI sulle varie piattaforme. La scrittura « pura » di prompt non trova molta applicazione nel fashion design. Spesso si chiede all’AI di lavorare su un disegno o una reference già esistente per creare variantature. L’obiettivo non è lavorare di più, ma lavorare più in profondità. Ottimizzare l’esecuzione non significa togliere la creatività al progetto, ma liberarla dalle frustrazioni tecniche che la tenevano bloccata.
Puo’ raccontarci un caso reale in cui l’AI ha generato un capo impossibile da produrre?
I capi più particolari e d’impatto ma anche più difficili da riprodurre sono quelli in maglieria : spesso il software propone volumetrie che riportate nel reale non riescono a dare lo stesso effetto, o punti maglia impossibili da integrare tra loro.
Il pubblico percepisce differenze tra collezioni create tradizionalmente e quelle supportate dall’AI?
Se utilizzato in modo intelligente, è come un assistente super skillato, quindi all’esterno la percezione non cambia. Inoltre l’AI non viene usata da sola: la incorporiamo nei software standard del settore. Firefly e Nanobanana , per esempio, sono ormai integrate nella suite Adobe: senza spostarsi dall’interno di Photoshop (uno dei software all’interno di Adobe), è possibile selezionare alcune parti di una fotografia, di un render, di un disegno, di qualsiasi cosa, anche solo il polsino di una camicia, e dare un prompt che agirà sulla selezione specifica. Stessa cosa accade con Adobe Illustrator, al quale possiamo chiedere di creare dei dettagli specifici da inserire nei disegni tecnici vettoriali. La magia avviene in questo spazio ibrido: l’AI ci dà la velocità nella prototipazione, mentre i software tradizionali garantiscono la precisione tecnica che solo un professionista può rifinire. Se invece cerchiamo di ricreare capi “impossibili” creati dall’AI, spesso ci ritroviamo a sbattere contro delle barriere tecniche che gli addetti ai lavori conoscono bene, superato l’iniziale effetto WOW.
Come si passa dall’immagine AI al cartamodello reale? Chi corregge cosa: l’AI o il modellista?
Queste funzioni fanno parte di Clo3D, che non è un’AI ma una piattaforma di modellistica virtuale. Partendo da basi di modellistica, permette di ricreare un capo e testare tessuti e finiture diversi, simulandone la gravità e l’effetto in movimento. L’AI in abbinamento a Clo3D viene usata in fase di rendering, per dare vita agli avatar, rendendoli più realistici. Sicuramente nel prossimo futuro ci immaginiamo un’integrazione tra AI e Clo3D, ma al momento non è presente. Siamo stati tra i primi a insegnare Clo3D e abbiamo creato i dipartimenti corrispondenti all’interno degli uffici stile dei più grandi brand italiani.
Quali competenze ritiene fondamentali per i designer del futuro, considerando l’AI come parte del processo creativo?
Il designer del futuro deve essere, prima di tutto, un curatore critico.
In un mondo in cui l’AI può generare infinite opzioni in pochi secondi, il valore del designer non risiede più nella velocità di esecuzione, ma nella capacità di selezionare, editare e dare una direzione di senso agli output. Non basta avere gusto; bisogna avere una conoscenza profondissima di volumi, materiali e storia. Il designer diventa un architetto di processi. Deve sapere esattamente dove inserire l’AI per guadagnare tempo e dove, invece, sono necessari l’intervento manuale e l’occhio umano per garantire l’eccellenza. Senza una bussola culturale, l’AI produce solo « rumore estetico ». Più la macchina è potente, più chi la guida deve essere preparato.
Come cambia l’insegnamento del fashion design con l’introduzione dell’AI?
Il nostro obiettivo è ottimizzare la produttività per riapppropriarci del tempo creativo. Sicuramente all’inizio abbiamo dovuto mettere in discussione le nostre abitudini per integrarlo al meglio.
Quali abitudini?
Quella di considerare che il valore di un designer stia nella “bella mano”, ovvero nella capacità di rendere un’idea su carta, con matita e colori. Smettiamo di considerare l’AI come una scorciatoia che gli studenti svogliati utilizzano per saltare dei passaggi fondamentali. Sicuramente molti brand ancora oggi chiedono come requisito di ingresso la capacità di disegnare molto bene a mano, ma negli anni i nuovi dispositivi digitali sono diventati strumenti inclusivi per chi ha forse qualche difficoltà nella manualità, ma ottime idee e ottimo gusto. E’ importante ricordare che l’AI non è un espediente per saltare le basi: bisogna conoscere perfettamente il disegno a mano e le tecniche tradizionali prima di poter usare l’AI per potenziarle, altrimenti si rischia di creare capi che non possono essere realizzati.
Gli studenti consegnano anche il processo oltre al risultato?
Gli studenti devono dichiarare l’utilizzo di AI e portare tutti gli schizzi e idee originali da cui sono partiti.
Cosa si aspetta oggi un brand dagli studenti che sanno usare l’AI?
Che siano capaci di formare i loro dipendenti e quindi portare nuove procedure atte a ottimizzare i flussi di lavoro e stringere le tempistiche: per creare un render a mano di un capo in jeans ci vuole circa 1 ora; con Photoshop 15 minuti (era stata infatti la precedente « rivoluzione”); con l’AI un minuto.
Vedremo tra poco arrivare nuovi modelli di AI Fashion Week?
Senza dubbio, ma non dobbiamo commettere l’errore di considerarle solo come delle « sfilate virtuali » o una curiosità tecnologica. L’AI Fashion Week, nata a New York nel 2023, ha dimostrato che siamo di fronte a un nuovo paradigma di scouting e visibilità. Il futuro non sarà « fisico contro digitale », ma una totale ibridazione. Vedremo modelli di Fashion Week in cui l’AI servirà a testare il mercato: i designer presenteranno collezioni iper-creative generate digitalmente e solo i pezzi che riceveranno il maggior feedback dalla community verranno effettivamente prodotti. È una rivoluzione che abbatte i costi di campionatura, riduce gli sprechi e permette a talenti senza capitali iniziali di mostrare visioni incredibili. Le AI Fashion Week potrebbero diventare il filtro critico tra l’immaginazione pura e la produzione industriale, rendendo il sistema moda più democratico, sostenibile e, paradossalmente, più vicino ai desideri reali delle persone.
In questo scenario ibrido, in cui creatività e tecnologia si intrecciano sempre più profondamente, la formazione diventa un elemento chiave per interpretare e guidare il cambiamento. È su questa integrazione tra competenze tradizionali e innovazione digitale che si costruisce l’approccio didattico di Istituto Marangoni Milano, attraverso percorsi pensati per rispondere alle nuove esigenze dell’industria.
Dallo short course Digital Pattern Making with CLO3D, fino al corso di laurea in Fashion Design & Accessories e al programma per professionisti Generative AI for Fashion Designers, l’obiettivo è formare designer capaci di muoversi con consapevolezza tra ideazione, simulazione e sviluppo del prodotto. In particolare, il programma dedicato all’AI esplora come l’intelligenza artificiale generativa stia ridefinendo il processo creativo, permettendo di trasformare schizzi e immagini in output tridimensionali e di sviluppare pratiche progettuali innovative, etiche e sostenibili.
Perché, oggi più che mai, progettare il futuro della moda significa saper integrare visione e strumenti, cultura e sperimentazione.
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